La questione Religiosa

Chi ha la possibilità e soprattutto il tempo di leggere e approfondire la corposa letteratura a disposizione su un argomento così spinoso,complesso e anche affascinante in alcuni risvolti non può non notare che tra le grandi questioni del nostro tempo riappare prepotentemente in tutta la sua attualità  la questione religiosa.

Una questione distorta, volutamente mal interpretata per fomentare terrore ad ogni latitudine.

Su questo argomento i cultori della fede e quelli della ragione, sono le parti in discussione, se non addirittura in conflitto,e da posizioni indubbiamente opposte dibattono animatamente, lasciano dietro di loro una scia di dichiarazioni, di documenti, di interviste sulla stampa, propongono assemblee, momenti di dialogo, convegni e incontri a tema.

Il tutto certamente può rivestire anche un certo interesse perché l’argomento in effetti è delicato per molti, al punto che a volte si ritiene anche inopportuno discuterne durante particolari periodi della vita politica, viene derubricato, specialmente in momenti come questi in cui le forze politiche in movimento, tra di loro e al loro interno,  sembra facciano a gara nel dispensare cautela per rendersi possibilmente interlocutrici accreditate verso una porzione di elettorato piuttosto consistente, in grado di ribaltare anche equilibri di governo e influire nella legiferazione del Parlamento.

A ben vedere oggi vengono pubblicate su questo argomento, a fianco di profonde analisi critiche di grande valore, anche cose che sotto alcuni punti di vista potrebbero considerarsi assolutamente inutili, prive di qualsiasi coraggio espositivo e più che altro votate verso la ricerca di una visibilità pubblica da consegnare alle cronache della storia politica.

Forse anche queste poche e semplici righe possono appartenere alla categoria dell’inutilità, però per contro sono anche convinto che ogni discussione, ogni momento di dialogo anche acceso nei toni e nella critica, ogni momento di ricerca anche la più elementare se si vuole, possa dare il suo contributo ad alimentare un dibattito pubblico portandolo su quello che nel nostro tempo è considerato, ed è, uno dei temi cruciali che attraversano i primi anni del millennio appena iniziato.

Per quanto riguarda queste righe pur con tutti i limiti che senz’altro si noteranno si proverà a dire qualcosa, con tutta la schiettezza e l’onestà che spero venga riconosciuta da chi avrà la malaugurata sfortuna di imbattersi in queste righe e che potrà non essere d’accordo con quanto leggerà.

Eserciterò qui e probabilmente anche in altri articoli che saranno pubblicati quello che si definisce diritto di opinione senza provare ad imporre alcun tipo di relativismo concettuale che esula per natura dalla volontà corrente di chi scrive.

Su questo tema della Religione, al contrario di quanti pensano che tutto vada ridimensionato, credo ci sia invece una grande sollecitazione ad un aumento di dibattito, ed è una richiesta che esiste nell’opinione pubblica e cresce sempre più la domanda di confronto la voglia di comprendere, il desiderio di capire.

Capire quindi, o almeno cercare di farlo maturando un’opinione, il che non significa proporre manicheismo esasperato che otterrebbe l’effetto opposto al comprendere creando inutile confusione.

Ci sono quindi a mio giudizio degli interrogativi che si pongono con sempre maggiore frequenza, con i quali bisogna tentare di relazionarsi, provare a rispondere, ognuno come meglio può fare, ognuno con i propri pensieri, con le proprie convinzioni.

Ed è proprio ciò che si proverà a fare qui con l’auspicio che altri entrino nel confronto e diano il loro giudizio.

Ma prima di gettarmi nel tema vorrei fare un’ultima considerazione preliminare sull’assenza di un allargato e coinvolgente dibattito popolare sull’argomento fede e ragione, Religione e potere, una discussione che resta spesso rinchiusa in recinti troppo elitari.

Credo che questa assenza di dibattito allargato e popolare sia dovuto alla falsa convinzione, portata anche da processi storici progressivamente escludenti, che solo il giudizio espresso da una qualche intellighentia – riconosciuta o sedicente tale – sia accettato e che il proprio sia in ogni caso sempre un’opinione risibile e quindi sia imbarazzante una pronuncia.

Io credo invece l’opposto, e cioè che ogni opinione e ogni giudizio su qualsiasi argomento non sia mai banale o inammissibile, non sia mai da catalogare come un giudizio stupido o inaccettabile da trattare con ironia solo perchè illustrato da chi non appartiene a una qualche aristocrazia culturale o politica.

La mia convinzione è che ogni giudizio rivesta invece il suo valore di logica e di saggezza, anche maggiore proprio se riveste una sua spontaneità  espressiva  non elitaria, perché ogni libero pensiero rappresenta la voce del popolo, della sua libertà di espressione, la voce di tutti noi.

In ogni caso questa “captatio benevolentiæ” pur essendo una sorta di autoammissione dei mezzi limitati sulla conoscenza profonda del mondo religioso- comune peraltro alla maggior parte delle persone- non inficerà i concetti che di seguito si leggeranno, perché il tema della Religione e della sua ricerca verso una vicinanza al potere dello Stato penso che debba essere affrontato ruotando attorno alla politica, generalmente più accessibile e comprensibile di un qualunque trattato teologico o sacro, dato che è forte la convinzione che questo tema riconduca ad una discussione che sia inevitabilmente e intensamente proprio riconducibile alla politica.

Dico questo come breve premessa perché è proprio la politica a ritrovarsi oggi deficitaria ed è lei che ha bisogno di arricchire il suo campo d’azione con i suoi studi, con il suo dovere di capire, di interpretare la società, di indirizzarla verso il nuovo mondo e se non ci riuscirà rischia di ritrovarsi drammaticamente povera di concetti e di ideali, una povertà culturale che sta dilagando nel nostro paese dove l’interesse personale dei singoli soffocano il benessere complessivo quanto mai carente e necessario.

In realtà penso che la nostra Italia sia un paese che non è riuscito nonostante l’impegno a maturare una forte tradizione unitaria come per esempio è avvenuto in altre democrazie occidentali europee oppure nell’America del Nord, non abbiamo coltivato abbastanza in Italia il radicamento di una forte tradizione statale, laica, e quindi per noi la questione religiosa, la questione cattolica nello specifico è rimasta un’incompiuta nella storia repubblicana, un qualcosa che ciclicamente ritorna prepotentemente d’attualità per la mancanza del compromesso necessario mai raggiunto appieno con soddisfazione delle parti.

Possiamo dire senza dubbio di smentita, visto che è sotto gli occhi di tutti, che la questione religiosa è tornata prepotentemente al centro del dibattito pubblico, certamente non solo in Italia, ma da noi in particolare ciò avviene per motivi da tutti conosciuti e che potremmo definire logistici, e sembrerebbe che stia diventando determinante nella prospettiva indicativa delle nostre società in fase di evoluzione globale.

Devo ammettere che tutto questo confligge con quello che è stato per me, e per molti altri, il pensiero dominante da sempre e che oramai era diventato un vero e proprio convincimento, portato anche da un retroterra politico di parte.

Noi pensavamo che la Religione sarebbe stata sopraffatta dal movimento consumistico in crescendo, dal radicamento inarrestabile dell’Illuminismo moderno, e anche grazie ad una certa chiusura verso le scoperte della scienza, una certa e a volte dichiarata refrattarietà verso l’innovazione, una certa ostatività verso la ricerca dei nuovi saperi, la Religione si sarebbe autoconfinata lentamente in una piccola nicchia di credenza popolare, riducendo progressivamente la sua azione fino a diventare un fatto semplicemente da espletare sempre liberamente ma nel privato di ogni cittadino.

Rileggendo la società con gli occhi della maturità raggiunta e non con quelli dell’impulsività giovanile devo ammettere che non è stato così.

La mia era una intuizione sbagliata, e sinceramente mi è per nulla consolatorio il fatto di essere stato in buona e autorevole compagnia in questa previsione non azzeccata, molti intellettuali e politici di ben altro livello di chi scrive hanno tratto le stesse conclusioni anche se in modi e termini senza dubbio più esaustivi.

E’ avvenuto infatti il contrario, con la Religione che assumeva invece progressivamente nel tempo e specialmente ai nostri giorni non un confinamento nel privato come si pensava, e come qualcuno auspicava, ma un notevole peso pubblico assolutamente centrale, precipitandosi con tutta la sua valenza nella lunga transizione tutt’ora in corso nel mondo occidentale e anche nelle sue inevitabili crisi che tali processi veicolano in ogni parte del mondo.

In questo contesto planetario in fermento la Religione si mostra di nuovo al mondo come un qualcosa che può dare a tutto un’identità, di bene o di male, si propone come un fattore difensivo e confortante, quasi una protezione per gli uomini che affrontano ininterrottamente le sfide difficili della società in cui vivono, un mondo che si trasforma vorticosamente e che quindi rischia di perdere la propria umanità.

Le degenerazioni terroristiche degli ultimi anni ce lo dimostrano anche se a ben guardare poco o nulla hanno a che fare con qualsiasi religione.

La Religione, non solo quella cattolica ma in generale tutto il mondo religioso, si presenta quindi di fronte al nuovo millennio preparata ad essere percepita come l’unica dottrina salvifica, capace cioè di dare alla vita degli uomini una  meta certa, capace far rinascere una coscienza  e capace di dare quindi significato al destino collettivo dell’esistenza dell’uomo.

La Religione ritorna proprio per questi motivi ad essere definita quasi ovunque un affare di Stato.

Questo avviene non solo in Italia, certamente, ma anche in Europa, dove per esempio nella patria dell’illuminismo, della presa della Bastiglia e della rivoluzione trova una legittimazione che credeva oramai non più avvicinabile e perduta da secoli.

Potremmo definirla “una rivincita di Dio”, se mi si fa passare un’espressione non certo offensiva ma in realtà un pò forte.

Credo che però al contempo sia anche sbagliato e piuttosto parziale definire questa rivincita, questa rigenerazione della religiosità come la conseguenza dei crolli ideologici novecenteschi, con il collasso dell’Unione sovietica, del comunismo, la crisi del Socialismo, che senz’altro hanno in qualche misura contribuito alla riproposizione della questione religiosa.

La mia tesi sulla questione religiosa, assolutamente personale,  che qui vorrei esporre allarga invece un pò il campo descritto prima, perché a mio giudizio il movimento che ha portato o sta tentando di portare il pensiero, a superare le ideologie del ‘900 che contenevano anche questo sentimento escludente per la fede, non ne è stato l’unico artefice.

Possiamo dire che il ritorno del sentimento religioso tendente a ricoprire un ruolo centrale in forme diverse negli Stati di ogni continente si sia mosso non in solitaria ma in concomitanza con altri avvenimenti che non vanno posti genericamente nell’ammucchiata “dell’andare oltre”, nel dimenticatoio, fatti che per avvalorare questa mia analisi concettuale penso debbano essere brevemente rivisitati e sinteticamente ricordati.

         Io penso che il movimento culturale e sociale degli ultimi decenni sia stato molto più complesso e si presti ad interpretazioni non sempre coincidenti, molto è stato scritto su questa epoca, e io credo che le conseguenze non possano essere ridotte soltanto alla faccenda della crisi della sinistra, del socialismo, del progressismo se non della questione comunista.

Non lo credo perché alla fine del secolo breve le utopie totalitarie che avevano imperversato nell’Europa centrale e in quella orientale non furono sconfitte dal sentimento verso una religiosità ritrovata, ma precipitarono sotto la pressione di una nuova ideologia nascente.

Si voleva una società diversa, più libera, più solidale, più aperta, più democratica, ed è  appunto sotto la spinta di questa ricerca di affermazione di una società liberale che nelle popolazioni andavano espandendosi le ideologie del liberalismo, anche sotto la spinta massiccia del Capitalismo che si stava proponendo come una forza dinamica e molto attiva.

Proprio davanti alla realtà di una forza Capitalistica in crescita, rinnovata, capace di proporsi come movimento moderno, come costruttore di benessere e quindi distributore di ricchezza diffusa, tutte le società, tutti gli Stati che mantenevano i propri equilibri finanziari grazie ad una pianificazione economica rigida, calcolata e centralizzata collassarono improvvisamente.

Aprendo una breve parentesi e per quanto riguarda il blocco sovietico in particolare a mio parere i motivi della sua fine furono molteplici, come ho cercato di spiegare in modo non relativistico in un libretto scritto tempo fa “Dell’intellighentia bolscevica e della volontà di dominio” che ognuno può andarsi a rivedere se lo vorrà per cui si eviterà di ribadire qui concetti ripetitivi.

         Ma per tornare a tema in questi paesi dell’Europa centrale, ma soprattutto dell’Europa orientale, la forza di un processo democratico avviato nell’occidente europeo ( a volte riuscito e a volte no) e l’inevitabile seduzione della democrazia come nuovo modo di vivere la società non poteva che fungere da calamita.

         Bisogna però fare uno sforzo, liberarci dalla nostre convinzioni e provare a comprendere in che misura l’utopia neo liberale abbia influito in questo processo, perché in effetti è proprio l’ideologia del liberalismo che è uscita vincente da queste fasi storiche, ma proprio per questa sua affermazione è il liberalismo stesso a confliggere e a confrontarsi proprio al suo interno, tra idee diverse di un liberalismo dai confini indefiniti che spesso portano a confonderlo con il liberismo.

         Io penso che però non possano nascere dubbi sulle differenze esistenti tra liberismo e liberalismo, il liberalismo è cosa diversa dall’ideologia liberista che ha fatto suo e ha dominato il processo di globalizzazione in ogni sua fase portando con se le criticità profonde che conosciamo, imponendo le sue regole vigorose, la sua rigidità escludente.

         Il liberalismo che invece tende al raggiungimento del compromesso sociale, cerca il coinvolgimento collettivo nei processi sociali, ponendo grande attenzione al tema del lavoro, delle disuguaglianze che devono, o dovrebbero, essere appianate, affrontate preventivamente, come teorizzato in tempi lontani da Stuart Mills per esempio.

Ma anche il liberalismo stesso, come si diceva nelle righe precedenti, al proprio interno era diviso da un’altra concezione anch’essa liberale ma che poneva e pone grande attenzione principalmente a regole da stabilire e alle conseguenti procedure da adottare.

         Quindi definita sommariamente la diversità tra liberismo e liberalismo e tornando a quest’ultimo e alla sua concretezza, possiamo dire che proprio questo liberalismo ha sostanzialmente retto fino ad oggi all’urto della globalizzazione pur con tutti i suoi limiti, con le sue distorsioni, e ha provato ad affrontare sul campo nemico quell’ideologia che voleva il mercato aperto ma refrattario ad ogni regola egualitaria, ad ogni solidarietà sociale e che sente lo Stato come un servitore necessario a stabilire norme per la sua affermazione.

         Una vittoria dell’ideologia del liberalismo in questo scontro comunque si è potuta registrare ed è che in questi ultimi anni anche chi propugnava con forza il liberismo della globalizzazione e lo definiva come processo ineluttabile, immodificabile nelle sue pratiche economiche ha innescato un pallido processo di revisione, forse anche solo per convenienza.

Ma la convinzione che la fine del comunismo coincidesse con la fine delle ideologie e con la fine della storia ha però attraversato comunque il pensiero degli ultimi decenni, e su questa falsa convinzione abbiamo avuto il fiorire di una grande e corposa letteratura su questo tema, che chiudeva con la tesi frettolosa che tutto ciò coincidesse anche con la fine della politica e con la fine della funzione sociale che la politica stessa portava con se.

Una fine della politica teorizzata, a volte per qualunquismo interessato, che afferma che è la politica stessa a perdere di senso nella nostra epoca, perché sarà nel lungo periodo che il dominio dell’economia, liberata dai vincoli che la politica gli ha imposto, a sprigionare le forze positive in grado di darci il migliore dei mondi possibile.

Sarà quindi il mercato libero e aperto a provvedere per tutti e ad allocare le risorse, il compito della politica può essere quindi ridotto a rimuovere gli ostacoli che si contrappongono al pieno sviluppo di questo potenziale benefico dell’economia.

Secondo questa tesi, rispettabile ma che non condivido, la politica e quindi l’azione delle forze che la rappresentano sono destinate inevitabilmente a diventare dei camerieri e dei portaborse dell’economia.

Tutto questo complesso pensiero liberista che viene presentato come la naturale conseguenza della fine delle ideologie del ‘900 probabilmente è invece l’ultima grande ideologia in qualche modo totalitaria che abbiamo di fronte.

In questo quadro sociale non solo Italiano ma Europeo io credo si collochi non solo la rinascita di un sentimento religioso, ma anche di un altro fenomeno, parallelo anche se non proprio coincidente, il tentativo di ricristianizzazione della vita pubblica e politica, due fenomeni che però sono in effetti distinti e dovrebbero essere tenuti tali se si vuole cercare di costruire una qualche risposta credibile.

         Personalmente sono alquanto scettico sul fatto che la soluzione dei problemi del mondo possa trovarsi nelle religioni, andare a vederne le ricette è però necessario per comprendere il perché di evoluzioni non proprio socialmente utili che negano anche diritti che uno Stato laico dovrebbe avere nel proprio DNA e cercare di porvi rimedio.